Pensiero di backup 1145 "Pizze e pugni"
Vorrei scrivere del
momento in cui mi infilo i guantoni, del momento in cui mi arrotolo i bendaggi,
di quando senti davvero lo stomaco in gola per un montante ben assestato....
eppure, l'unica immagine semplice da descrivere, è la pizza che ci regaliamo io e
il mio amico Davide il venerdì sera dopo aver sudato ed esserci picchiati come
dei fabbri per due o tre round.
Parlare
di boxe non è facile, un po' perchè è da poco che la pratico, un po' perchè
solo autori come Hemingway hanno avuto il coraggio di buttarcisi davvero e
uscirne vivi. Appartengo alla nobile casata dei dilettanti allo sbaraglio, e il
timore di alternare toni eroici a toni da commedia è dietro l'angolo....ma ci
voglio provare.
Come
tante cose nella mia vita, ho iniziato a praticare pugilato gasato a mille, poi
ho esagerato, mi sono rotto qualcosa, ed ho dovuto smettere. Posso annoverare a
questa categoria i seguenti sport: rugby, arrampicata, tennis,corsa e nuoto.
Tecnicamente nel mio passato esistono anche altri sport che meriterebbero una
menzione.Il baseball è sicuramente uno di questi. Passare infatti due anni
della propria vita da adolescente aggregato a un gruppo di quarantenni sud
americani ubriaconi che non vince una singola partita in un intero campionato,
è da record! Ma voglio conservarmi la storia per un secondo momento. Il
pugilato però, rientra in un piccolissimo sottogruppo di sport che effettivamente
ho ripreso dopo aver abbandonato.
Ho
trovato la palestra un po' per caso e un po' per desiderio. L'aspetto casuale è
che Google me l'ha indicata come la più vicina al posto di lavoro, l'aspetto
personale invece, rispecchia quello che dovrebbe essere per me una palestra di
pugilato.
Una
palestra di pugilato non deve essere una palestra. Ci possono essere dei pesi,
ma il palcoscenico deve essere del ring. Il ring è magico, molto tribale, il suo
fascino risiede nelle semplicità delle sue regole. A volte, l'unico modo per
sapere chi è più forte, è vedere chi dei due rimane in piedi.
Aver
visto svariati film americani sul pugilato inoltre, ha cementato in me la
credenza di uno spazio più simile a uno scantinato piuttosto che ad una
palestra. L'aspetto del desiderio infine, avrebbe voluto che l'allenatore fosse
un vecchio immigrato irlandese con la sigaretta sempre in bocca. La realtà
invece, mi ha dato un quarantenne di origine napoletana e un ventisettenne
ucraino che parla come i cattivi di James Bond. Poco male, il dipinto non ha
nulla a che invidiare a un primo Monet.
Quando
la schiena mi da pace, provo ad allenarmi tre volte a settimana, ma ammetto che
la cosa è più unica che rara.
Una
buona introduzione vorrebbe che io vi descrivessi cosa succede prima
dell'allenamento, ma l'unica cosa davvero curiosa è il soffitto dello
spogliatoio,per qualche strana ragione, più vai in fondo e più si abbassa. Una
sorta di tana del bianconiglio arricchita di guantoni e dentiere.
Un'ora,
semplice. Quindici minuti di riscaldamento, quindici di potenziamento e poi si
tira. Non ho mai capito perchè si usi il verbo tirare. La mia interpretazione
etimologica è annebbiata, suppongo ci sia qualche motivazione dovuta alla
traduzione dall'inglese, ma nel complesso credo sia dovuta al bisogno di
svuotamento. Mi spiego meglio.
Provate
a immaginarvi come uno scaffale, un posto dove per mesi accumulate documenti e
libri senza realmente considerarne l'importanza. Ora fate un bel respiro,
infilate pantaloncini e maglietta, indossate bendaggi e guantoni e alzate lo
sguardo. Il vostro scaffale e pieno di cose inutili.
Se
faccio sacco lo scaffale si svuota, se faccio guanti (uno contro uno), lo
scaffale diventa un esempio di arredamento minimalista.
Ho
un ricordo vivissimo del mio primo incontro, o meglio, del mio primo vero
incontro. Stessa età, lui ovviamente più magro (anche se, fidatevi, la panzetta
alcolica a volte è più sicura di un airbag quando vi trovate di fronte un
comodino che sa tirare solo montanti). Capelli ricci, svariati anni di
esperienza e uno strano gusto per i bendaggi color rosa.
Guardia
sinistra, eravamo speculari. Sei minuti, due round insomma; per usare una
metafora culinaria: lui lo sbattiuova ed io il mascarpone. Ma ho retto, e da
quel momento ho imparato a reggere lo sguardo.
Si
lo so, questo è il momento del racconto in cui scado nella commedia, ma vado
avanti.
Mi
piace vivere ogni incontro come un primo piano alla Sergio Leone. Gli occhi ti
aiutano, anticipano i movimenti delle gambe, ti fanno capire a cosa sta
pensando il tuo avversario e soprattutto ti fanno leggere la stanchezza.
Ci sono dei momenti, quando solitamente ho perso un terzo delle mie riserve
liquide del corpo in sudore e siamo a fine allenamento, in cui reggere ancora
lo sguardo quando l'altro ha mollato, è equivalente a quello che ho provato
quando Grosso segnò il primo goal alla Germania in semifinale.
Tirare
contro il sacco non ha un grande fascino narrativo, la cosa più semplice ed
efficace è immaginare di attaccare la faccia della persona che ti sta
antipatica e sfogarti fin quando non senti la campanella. Nella maggior parte
dei casi, per me funziona così. Ma in alcune occasioni, se non sono uscito
troppo stanco dalla prima metà dell'allenamento, mi piace pensare al sacco come
a un vecchio saggio. Quello che sta sempre in piedi e vi da consigli. Se ho in
mente una combinazione, è al sacco che la provo.Se spingo anzi che tirare,il
sacco si muoverà come un pendolo. Io lo odio e lo amo per questa sua
semplicità.
L'uno
contro uno è la parte più interessante,la vedo come uno strano mix tra una
partita a scacchi ed un balletto. Con il mio amico ci siamo implicitamente
promessi di non risparmiarci mai. E spesso capita che esco più segnato da un
corpo a corpo contro di lui piuttosto che da tre minuti con uno bravo.
Sembriamo quasi Alì e Joe Frazier nel loro terzo match a Manila. Perchè coprirsi ?
E
poi il silenzio, la pace dei sensi. Tutto dopo una sana ora di pugilato
acquista una semplicità disarmante. E se poi si convince il tuo migliore amico
ad allenarti insieme, capita che la pizza e birra subito dopo sia uno dei
momenti più belli della settimana.
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