Racconto di backup 2468 "Abbracci di fango"

Bisogna passare la punta delle dita sulla terra bagnata per assaporarne il gusto,lasciare che delle gocce di fango di entrino nel profondo, fin dentro le unghie, passando poi la mano attorno al naso e al viso. Chiudi gli occhi, e fai un altro passo.
Le assi del molo sono leggermente inclinate, il sole le ha corrose, rese porose,ma al tatto sembrano come la pelle di una donna impaurita, ruvida e liscia allo stesso tempo, verrebbe voglia di abbracciarle, consolarle.
Fai un altro passo, e l’acqua è ora sotto i tuoi piedi, puoi già incominciarla a toccare. Fermati. Guardati attorno.
Questo lago di montagna circondato da pini e abeti silenziosi non merita il tuo rispetto?Un inchino?
Il cielo ha assunto il colore grigio di una sconfitta che non hai ancora affrontato, eppure sei ancora fuori dall’acqua, ferma, inerte, non hai ancora iniziato a nuotare, eppure sembra che qualcuno lassù non faccia il tifo per te.
E allora chiudi gli occhi e salta,un tuffo perfetto mi raccomando. Gli animali seduti sulle piante si fermano e iniziano a guardare, sembrano chiamare il loro vicino.
L’acqua è gelida, la senti che ti scorre sul corpo fin alle punta delle dita dove sei entrata, scorrendo per il viso e passando sui seni, i capezzoli diventano duri, e poi il ventre, il bacino,le cosce, le ginocchia, e infine le caviglie.
Ora sotto l’acqua tutto tace. Niente più rumori di clacson e zanzare, semafori, odore di gomma e asfalto corrosi. Niente più code alla macchina dei biglietti automatici, odore di dopobarba dentro alla metropolitana,niente più modelli appesi di fronte alla sedie del parrucchiere. Niente più linea rossa, gialla, verde, porpora, lilla, arancione e culo di cavallo.  L’inquinamento luminoso non arriva nel mezzo della foresta, alzi la testa e incominci a nuotare, una bracciata dopo l’altra, con calma, la traversata è lunga, e la costa sembra così lontana che non potresti trovare aggettivo che non trovi, ma sai che un aggettivo ci sarebbe. Verde. Verde salmastro. Anche se l’acqua di montagna è limpida come ogni ruscello mondiale prima della rivoluzione industriale, agitandola, l’acqua, è verde.
E così continui a nuotare, mettendo la testa sott’acqua e alzandola solo per respirare. Buio profondo, deformazione geologica, i raggi fanno fatica a passare quel muro di densità che si espande sotto il tuo corpo che con grazia ci nuota sopra.
Sei nel mezzo del lago, ti fermi e ti guardi attorno, nulla di nulla, eppure sotto qualcosa c’è.
Lo sai, lo speri, o meglio, tutte quelle sensazioni di mezzo tra la paura, tensione ed ansia; come quando stai per aprire un regalo il giorno di natale, un regalo dei tuoi zii, di quelli che puoi aspettarti di tutto o di nulla,avvicinandoti con circospezione, immaginandoti l’infinito in quella scatola, oppure l’ennesimo souvenir senza senso e senza valore che ti obbliga a girarti, fare un sorriso a quaranta denti e dire:grazie.
E così riprendi a nuotare, tra le nuvole grigie si è aperto qualche spiraglio, ma la luce oggi non ne vuole proprio sapere di farsi vedere, troppo occupata per rivolgerti attenzione, meriti di essere lasciata da sola, scappando dai suoi piaceri, lei ha perso il rispetto per te, tu che hai deciso di riaddormentarti nella notte primitiva. Tu così blasfema, perché non sei come tutti quelli che sotto il suo calore vivono?
E mentre continui a nuotare loro sono sotto, sotto quel profondo verde e impenetrabile muro, e tu gli stai volando sopra. Salutali, onorali, portagli rispetto.
Creature che hanno rifiutato la società e che sul quel fondo di lago di montagna suonano strumenti dimenticati. Sorridono e ti indicano con dita rugose e coperte di fango.
Per un attimo vorresti immergerti, continuare a nuotare fino a quando l’ultimo respiro non ti esce dai polmoni, svenendo in quell’immensità gelata forse loro ti abbracceranno,ma non lo faranno. Non fai parte di loro.
Le tue braccia si muovono con regolarità, immergi la testa per espirare e ti blocchi come congelata.
Uno di loro è di fronte a te, ti guarda dritto negli occhi,non sorride, non piange, è un espressione diversa,siamo ormai troppo civilizzati per riconoscere espressioni che sono e rimarranno solo della natura. La sua mano ti sfiora il ventre e ti spinge in avanti, l’acqua ti entra nei polmoni, sei al limite, niente più forze. Inerzia corporea, senti solo il loro canto che ti saluta, non sei fatta per stare con loro, ma hanno apprezzato la delicatezza con cui ci hai provato.
E la terra bagnata della riva ti copre tutta la schiena, nuda e distesa senza difese guardi il cielo, con lui non riuscirai mai a fare pace, ti ha definitivamente voltato le spalle.
Ti metti in ginocchio e guardi il lago, stringi gli occhi e ti pieghi su te stessa, appoggi la testa alle ginocchia ancora umide mentre le mani infilzano la terra senza riguardo, arrivano fino al polso stringendo con forza…e inizi ad urlare.


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