Ricordo di backup 1103 "Progetto Francigena, Parte 3. Quel qualcosa che manca.... ma che forse nemmeno cerchi."

E' stato molto difficile mettere insieme le parole per questo ultimo post sulla via francigena, soprattutto perchè è da due settimane che cerco di dare un senso a tutto quello che mi frulla in testa. Inizialmente avevo una bozza dal nome altisonante ( la strada e la fede, ogni tanto parto per la tangente, lo ammetto) ma giorno dopo giorno trovavo nuovi difetti e una difficoltà immensa nel concludere. Il fatto è che a metà ho mollato, e non è facile riuscire a trovare la giusta via di mezzo nel descrivere quello che ho visto e provato, soprattutto perchè cadere nel patetico e nell'auto convincimento è facilissimo.
Volendo mettere in ordine i motivi per cui dopo cinque tappe ho abbandonato la via francigena, riuscirei anche a trovare le risposte per confutarmi:
- Freddo ? Ero abbastanza coperto, calzamaglia e maglietta termica in centro italia sono più che sufficienti. Inoltre, aver dormito quasi sempre in ostelli freddi rievocava sogni infantili in cui la doccia era il nemico numero uno e bisognava combattere per abbattere questa usanza borghese.
- Stanchezza ? Le ginocchia e la schiena davano segni di cedimento, ma niente che non si potesse calmare con del sano stretching all'inizio e alla fine di ogni tappa.
- Solitudine ? Questa è già una ragione più plausibile, ma fatta eccezione della prima tappa, in cui a mio parere c'è una nidiata di serial killer che farà scrivere fiumi di parole nelle future pagine di cronaca nera, ho incontrato persone socievoli. Il cammino è fatto per leggere e ritrovare se stessi. Avevo dei bellissimi libri sul mio tablet e sono riuscito a leggerli solo in parte.

Forse il motivo per cui ho mollato è racchiuso in una semplice domanda che mi fece il gestore dell'ostello alla fine della terza tappa: per quale motivo sta facendo la via francigena ? Risposi con un goffo: motivi spirituali. Ma non ci credeva nessuno dei due.
La medesima domanda mi è stata fatta a Bolsena, la fine del mio abbozzato cammino, e se non altro ho avuto il buon gusto di non dare la stessa risposta ma di sorridere semplicemente.
Il fatto è che la seconda domanda venne fatta da una suora a seguito di una lunga spiegazione sul miracolo della transustanziazione che avvenne nella basilica di Santa Caterina di Bolsena. Ero molto imbarazzato durante il racconto, ma non tanto perchè non ci credevo, bensì per il fatto che  mi sentivo palesemente un intruso in un cammino così religioso. 

Negli anni del liceo ebbi un professore di religione fantastico,  pur avendo una sola ora a settimana riusciva a farci parlare di argomenti che causa  i carichi di latino e matematica con annessi la valanga di input audio visivi (che mi rendevano intraprendente quanto un criceto lobotomizzato) non avrei mai affrontato. Parlavamo di politica, sessualità ( memorabile fu la sua interpretazione del medico tedesco che aveva "scoperto" i metodi contraccettivi naturali ), storia e attualità. Un quadrimestre parlammo anche delle principali religioni monoteistiche, e forse quello che mi affascinava di lui era che nello spiegare le religioni non utilizzava i testi ma ci raccontava degli uomini che meglio la avevano incarnata e del ruolo che avevano avuto nella storia. 
In nessuna lezione ebbi la sensazione di trovare una risposta a che cosa sia la fede. Ma tanto oggi come ieri, è una risposta che non sto cercando.
Parlavamo dell'uomo, ma sostanzialmente di noi. E in un sistema scolastico in cui il 90% delle situazioni erano lezioni frontali senza interazione con il docente, il Professor Chiodini era geniale.

Quando penserò alla mia via francigena, mi ricorderò della voce del signore toscano che a Radicofani mi fece trovare il pane la mattina, del sorriso della barista che mi accolse quando entrai bagnato fradicio alla ricerca del numero dei gestori dell'ostello e della chiacchierata fuori Siena con il signore completamente sordo ( come fai a non voler bene a un uomo che alla domanda pensa che pioverà oggi risponde: devi provare il rosso di montalcino nella prossimo cantina! ).

Ero partito con l'idea di intervistare molte persone, non ci sono riuscito, non ho scoperto la fede, ma ho incontrato persone strambe e fantastiche. Infine, camminando in questi piccoli di paesi di provincia mi è sorta la classica domanda da snob di città: ma come si fa a vivere in questi posti ?
La cosa buffa è che questa domanda è l'unica domanda a cui ho veramente dato risposta, ma non tramite elucubrazioni, me l'ha semplicemente suggerita una amica rimasta a Milano.

"Probabilmente se non ci nasci, non ci puoi vivere. Ci sono un bar, un alimentari, quattro fontane, la posta, la chiesa, la latteria e il campetto dell'oratorio. La vicina di casa ti spia perchè deve avere tutto sotto controllo e la scuola rischia perennemente di chiudere perchè ci sono pochi bambini. 
E' quel posto che odi perchè è troppo piccolo, perchè c'è sempre la stessa gente chiusa che vota lega.
Ma intorno ci sono le montagne, c'è una pace che ovunque te la sogni, e quando te ne vai non vedi l'ora di tornare perchè i legami che crei in un posto dove ci sono solo un bar e un ristorante sono qualcosa di unico che fanno diventare romantici anche il più incallito dei cinici."

Grazie Auri 











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