Quando capii che il calcio non era il mio sport nella primavera del 1995

Il parco interno della scuola elementare di piazza sicilia  era un grosso rettangolo smussato, o almeno così mi sembrava; per dovere di cronaca, il vero nome della scuola sarebbe Novaro-Ferrucci, ma dubito che in molti lo sapessero, anche perchè nel citarla, tutti la chiamavano piazza sicilia un po' come parco Palestro il cui vero nome è "giardini pubblici Indro Montanelli".

Insomma, un rettangolo smussato con molto cemento e qualche simbolico ippocastano agli angoli, questo è stato il mio parco giochi in tutti i cinque anni delle elementari.
La scuola elementare quando la facevo io si divideva in due classi sociali molto semplici: tempo pieno e modulo.
Crescendo mi sono sempre chiesto perchè la seconda opzione sociale avesse un nome così ambiguo, del resto sulla prima non c'è molto da spiegare, si entrava alle 8.30 e si usciva alle 16.30. I secondi invece alle 13 salutavano e tornavano a casa.
Con gli inglesismi di oggi i dubbi etimologici non esisterebbero, un gruppo sarebbe full-time e il secondo part-time, ma essendo gli eventi di questa storia accaduti nella primavera del 1995, sarebbe anacronistico pensare che ci fosse questa idea.
Per un bambino del tempo pieno come me, i bambini del modulo erano un'altra cosa: paraculo.

Paraculo perchè non si sorbivano il riso scotto della mensa, paraculo perchè solo a loro era concessa la visione di una fascia oraria di cartoni animati che io iniziai a vedere solo alle scuole medie, paraculo perchè, sotto sotto, non riuscivi mai ad accettare il fatto che per loro la scuola era finita mentre per te andava avanti.

Tuttavia, ai bambini del modulo mancava una parte fondamentale della educazione socio-culturale di quei tempi: l'intervallo dopo pranzo.
L'intervallo in questione aveva una durata di circa sessanta minuti, e se la maestra di turno non era troppo ansiosa che dai fisiologici incidenti di una sana partita di calcio ne andasse il suo futuro professionale, si poteva giocare quanto bastava per far risalire le fette di polpettone allungate con la segatura della mensa.

Prima di approfondire il dramma del giorno in cui decisi che il calcio non era il mio sport, è necessario fare una breve digressione di natura calcistica sul 1995.
Nel 1995 avevo circa otto anni, e calcisticamente parlando l'italia era entusiasmante, l'anno prima con la nazionale eravamo arrivati in finale di coppa del mondo, mentre nei club, l'assenza di una dinamica di globalizzazione coadiuvata da magnati fanatici del falso in bilancio come Cragnotti e Cecchi Gori rendeva le dinamiche pallonare orgogliosamente autarchiche. Oddio, a onor del vero esisteva qualche raro compagno di classe con il padre che aveva la TV satellitare e si informava di calcio estero, ma era una rarità, e spesso questi individui erano guardati con sospetto al pari di quelli che dicevano di preferire il cioccolato bianco delle barrette galak.
Nel mio caso il calcio era una passione come molte altre, e considerando che mio padre era spesso in trasferta di lavoro, la conseguente assenza di una scuola di pensiero di riferimento implicava che  mi dovevo arrangiare da solo. Arrangiarmi da solo significava che, fino al goal di Ronaldo in finale di coppa Uefa del 1998 (lo so che a molti tifosi non interisti piace ricordare che il fenomeno al momento del lancio di Moriero era in fuori gioco, ma perchè rovinare una bella storia con la verità ?), potevo cambiare squadra sulla base della classifica marcatori e l'opinione estetica sulle maglie dei giocatori.

Scegliere una squadra di calcio era una scelta ideologica, c'era cla Juventus che era molto forte, ma abitando a Milano le scelte ricadevano quasi sempre tra Milan e Inter.
I milanisti erano troppo orgogliosi per i miei gusti, camminavano tra i corridoi con la tracotanza di chi sapeva di aver vinto l'ultima coppa dei campioni 4-0 contro il barcellona di Cruijff, e considerando il mio attaccamento a personaggi più donchisciotteschi non stupisce che poi alla fine abbia optato per la sponda nero azzurra.

L'intervallo dopo pranzo era un mondo senza equilibrio di genere, il 90 % dello spazio vitale era occupato dalla partita di calcio; esistevano i giochi per le femmine, ma era evidente che se ci avessi partecipato, le conseguenze avrebbero reso le vicissitudini della protagonista della lettera scarlatta una commedia romantica al confronto.

La partita iniziava con la creazione delle squadre, un rito brutale che io credo abbia dato da mangiare a molti terapeuti nel corso degli anni. Il rito si divideva i due parti, nella prima si sceglieva un capitano, nella seconda gli altri componenti della squadra.
Nella mia classe la prima parte non esisteva, perchè nella quasi totalità dei casi i capitani erano : Roberto e Lorenzo.
A voler scomodare i classici, si poteva intravedere nelle due personalità una sorta di distinzione tra apollineo e dionisiaco. Roberto era figlio di una delle cuoche delle mensa, viveva in una casa popolare, ma soprattutto era centrocampista titolare nella squadra di calcio dove si allenava tre volte a settimana nel ruolo di mediano metodista. Una sorta di Gennaro Gattuso ante litteram.
Lorenzo invece era il bello della classe, non solo aveva gli occhi azzurri e ottimi voti, ma aveva anche una certa innata bravura distinguibile dal primo tocco di palla. Finire in una squadra oppure nell'altra implicava anche assumere una determinata attitudine ideologica, o apollineo o dionisiaco, o Gattuso o Johan Cruijff. Tuttavia l'approccio filosofico non durò molto, anche perchè un giorno a Lorenzo arrivato in ritardo sentii dire: io gioco con la squadra che sta perdendo. Una tale arroganza pivotale non poteva meritare la mia approvazione ideologica e filosofica.

La scelta delle squadre era un momento tragico in cui si veniva scelti dai capitani in ordine di bravura, nei miei ricordi eravamo anche allineati, tipo plotone di esecuzione, e quanto più tardi venivi scelto, tanto peggio era per il tuo ego.

Quel giorno di primavera del 1995 venni scelto per penultimo nella squadra di Roberto, tuttavia non ricordo di essermela presa, sapevo di non essere una prima scelta, e poi c'era pur sempre l'ultimo dietro di me. In ogni caso, quel giorno eravamo euforici perchè la maestra ci aveva regalato la palla nuova.
La palla era una variabile molto importante nella dinamica della partita, tanto quanto oggi può essere determinate per una squadra di serie A decidere di schierare un 4-4-2 oppure un 3-5-2.
C'erano tre tipologie di palla in quel periodo per i giochi di cortile: supertela, tango e spugna.

Il supertela veniva utilizzato principalmente in spiaggia, ma alcuni temerari con maestri accondiscendenti riuscivano a giocarci anche durante l'intervallo. Il termine supertela non era ne casuale ne una scelta di marketing, quanto piuttosto la volontà dei produttori di comunicare ai consumatori che un pallone di più leggero di quello non poteva esistere. La leggerezza implicava che se colpito con sufficiente forza, il pallone si muoveva con degli effetti talmente assurdi che al confronto la punizione a tre dita di Roberto Carlos era più prevedibile. Tradotto per quelli che non sanno cosè la punizione a tre dita: traiettorie impossibili, goal improbabili e bestemmie dei portieri.
Il tango non era permesso a scuola, ma come opzione economica dei palloni seri negli anni novanta era il migliore, a me affascinava soprattutto il rumore che faceva quando veniva colpito. Il rumore era ancora più affascinate tanto più veniva usato e il tessuto di plastica si seccava per le ore sotto il sole.
La palla di spugna infine, era quella utilizzata dalla maggioranza degli studenti durante gli intervalli, aveva un peso a metà tra il tango e il supertela. e la sua consisteva rendeva praticamente impossibile rompere vetri attraverso esso.
Ovviamente anche questo pallone aveva dei difetti, del resto solo i più coraggiosi continuavano a giocarci dopo che era finito in una pozzanghera. E fare una stop di petto su una maglietta bianca quando era sia bagnato che sporco voleva dire che una volta tornato a casa c'era il rischio di finire in punizione e non vedere bim bum bam per tre giorni.

Quel pomeriggio di primavera il dramma si consumò in pochi minuti, perchè dopo diversi stop sbagliati che avevano favorito ripartenze velenose degli avversari venni incaricato del "palo ribatte" sulla mia porta.
Il "palo ribatte" veniva effettuato quando la palla passava sopra la felpa adibita a palo e uno degli scarsi la rimetteva in campo lanciandola all'indietro senza guardare. I più disonesti erano capaci di rimetterla in capo con tanta forza che il pallone finiva tra i piedi del portiere avversario. Ma io, aimè, non ero disonesto.
Insomma, grazie al mio "palo ribatte" Lorenzo fece un goal in mezza rovesciata che se lo avessero visto a rallentatore lo si poteva tranquillamente candidare a pallone d'oro.
Cadde il silenzio, e nel giro di cinque minuti successero due eventi che segnarono il mio ego nel corso degli anni. La prima fu la cazziata di Roberto, la seconda l'improvvisa discesa in campo per proteggermi di mia sorella maggiore che passava li vicino.

Difeso mentre giocavo a pallone da una femmina... che onta. 
A settembre del 1995 iniziai a giocare a basket.

Ps.


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